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Comacino vince il Premio Arcipelago Toscano

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Il Premio Arcipelago Toscano, come si direbbe ai giorni nostri, era un semplice “centrale”, si svolgeva il primo di gennaio ed era una prova di preparazione per i 4 anni in vista del Premio Viminale, primo confronto internazionale dell’annata con i 4 anni allo start, gli anziani indigeni a 20 metri e gli americani a 40. Entrambe le prove si svolgevano all’ippodromo di Villa Glori ed il nome del vincitore, nel 1956, fu sempre lo stesso, ovvero Comacino, un 4 anni portacolori del commendator Brenno Venturi che, con Vivaldo Baldi, colse un netto successo in entrambe le occasioni battendo, nel Viminale, niente meno che Tenebroso, Hit Song e Zima. Pochi giorni dopo il traguardo ottenuto nell’Arcipelago Toscano, sul “Trotto Italiano” del 6 gennaio 1956, nella rubrica “Amici di Villa Glori”, così Comacino “racconta” della sua impresa in un articolo dal titolo “Il corsaro dell’arcipelago toscano” firmato da Kibwesi:
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Comacino verso il Premio Viminale

Di qui non si esce: o è migliorata la famigeratissima pista di Villa Glori, al punto da classificarla come valida concorrente fra le piste da primato; o sono migliorati i cavalli. Giorni fa era stato Bordo a strabiliare, trottando da 19 come niente fosse, sì che tutti stavano poi a contare sulle dita della mano se mai vi fosse stato un cavallo indigeno, a Villa Glori, a trottare più veloce, in qualsiasi tempo. Oggi, nel Premio dell’Arcipelago Toscano, chi ha fatto sgranare tanto di occhi agli intenditori e ai profani è stato Comacino.
Avevo sentito dire e avevo letto su più di un giornale che il trotto ha pause di generazioni, nel ciclo del suo costante progresso. Mica si può sempre progredire, diamine! E si citava ad esempio la generazione del 1952, come generazione non diciamo mancata, no, ma un po’ fiacchina, la generazione di qualche Boccaccio e di qualche Ittrio appena, la generazione di un Derby-Winner assai presto sparito dalle scene, in confronto agli eccelsi fulgori di un Oriolo e di un Assisi e quelli di un Duart e di un Cellini. Sta bene. Chi dice di no?
Però, vedete quest’oggi, in piena crociera per l’Arcipelago Toscano. Il nome civilissimo non vi inganni: l’Arcipelago ha tuttora i suoi corsari. Gente pazza, che si butta all’arrembaggio da dannati. Cavalli che scorazzano con piglio risoluto, in lungo e in largo, ossia cavalli che fino a ieri avevano appena tre anni e da oggi quattro. Insomma proprio cavalli della infelice generazione 1952. Uno di questi corsari, oggi, ve l’ho già detto: Comacino.
Il tempo al chilometro – velocità ufficiale al km 1.20.8 – non inganni nessuno, neppure questo. Si dirà: ma per Villa Glori è un gran tempo sul miglio allungato; mica sono molti i cavalli, di qualsiasi età, a trottare da 20 sulla pista di Villa Glori! Niente, il tempo non dice nulla, assolutamente nulla. Comacino ha effettivamente trottato, anche ad essere prudenti nel calcolo, in meno di 19! In partenza aveva rotto. Una rottura secca e apparentemente irrimediabile, che aveva fatto restare lì sul posto il cavallo, mentre Zignago fuggiva a tutta birra. Quanti metri intercorrevano fra Comacino e i cavalli di testa, a partenza appena data, non saprei dirvi esattamente. Fra quaranta e sessanta, fate voi.
Quando l’ho intervistato, Comacino era euforico:
“Guerra da corsa, vecchio mio! – m’ha subito proclamato – con le insegne dei Baldi sul pappafico! Guerra da corsa, all’arrembaggio, con Brenno che sentenzia: ‘Vae Victis!’. Hai visto la mia corsa a valanga, quella che voi, in vena di tecnicismo, chiamate corsa alla grande?”
Poi si calma un poco e riprende il dire pacato:
“Vedi, non è che io non volessi partire, è che Vivaldo è precipitoso e s’era piccato di strappare la corsa di testa contro chiunque. A parte tutto, troppo facile e troppo semplice. Ma che diavolo si voleva da me? Ho pensato subito che mi si volesse riportare alla scuderia, e invece ecco Vivaldo ad incitarmi: correre bisogna correre, ragazzo mio; un grosso premio, eppoi intitolato all’Arcipelago Toscano… roba di casa nostra, capisci? Già, per capire capivo. Il guaio era che mentre io capivo, Zignago filava via come se avesse paura di perdere il treno. E l’ha perso poi, il treno e il posto all’arrivo, proprio per questo, per filar via così! Che glie l’aveva ordinato il medico di andare così a tempo di primato proprio nel Premio dedicato all’Arcipelago Toscano? Ti dirò francamente: a Zignago io non ci pensavo più. Troppo staccato e troppo marcata la sua andatura. Avesse retto così fino alla fine, mi stampava un 20 secco secco, e chi ce l’avrebbe fatta ad acchiapparlo? Ma come si fa a dir di no a Vivaldo? Ci fa la passionaccia vera, questo guidatore, te l’assicuro io. Ha la smania di vincere sempre, e non sente ragioni. Per lui niente è mai impossibile, finché il cavallo gli risponde. E io gli ho risposto. Prima abbiamo raggiunto i ritardatari e poi, dopo aver ripreso un po’ di fiato, dài addosso al gruppo! Ecco, era questa appunto la mia mira, liquidare il gruppo tutto quanto, e lasciare andare Zignago al suo felice destino. Quand’ecco che, in testa, Zignago vacilla, dichiara di non poterne più, di averne abbastanza. Mancano forse solo più una cinquantina di metri al traguardo… il suo guidatore gli fa sentire la frusta… Ah, ah! Zignago dà le sue immediate dimissioni di cavallo trottatore e si butta al galoppo. Chi lo tiene più? Intanto io, a quella vista, divento frenetico. Non c’è neppur più bisogno che Vivaldo mi spinga. Mi butto giù, sul traguardo, come fossi impazzito. Quello rompe e io volo. Volo, capisci? Sento l’aria che mi sferza, non più il terreno ove poggio gli zoccoli. L’arrembaggio è riuscito. La guerra di corsa non concede tregua né pietà…”
Intanto il prof. Castelvetro mi si è avvicinato: “Hai visto che corsa è saltata fuori?” mi domanda. Ma io ho inteso cosa voleva dire: “Hai visto di cosa sono capaci questi figli di Pharaon?”.


Pubblicato sul sito in data: 2011-03-24

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