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Filipp Roc e i suoi avi

Dimenticando Giovanni Battista Vico, gli ippici contemporanei, ai “Corsi e Ricorsi Storici”, sintesi del pensiero del grande filosofo napoletano, hanno preferito le…corse e ricorse. Facciano pure, ma sbagliano, perché in nessun altro sport la storia e i relativi ricorsi contano come nella nostra disciplina. L’usa e getta non dovrebbe albergare in casa nostra. La lettura degli Albi d’Oro delle grandi corse, per chi è indenne dal virus equino, è un freddo elenco di nomi che dicono poco o niente. Per i “contagiati”, al contrario, è musica per i propri orecchi: Beethoven, Bach, Mozart, Vivaldi e via dicendo. Certo, non possiamo vantare le tradizioni antiche degli ippici del Regno Unito, ma anche noi abbiamo le nostre radici nel XIX secolo e per tutte e due le specialità. Nomi come Andreina, Guido Reni, Cima da Conegliano, Ortello, Nearco, Orsenigo, Ribot per il galoppo e Vandalo, Elwood Medium, Hazleton, Muscletone, Aulo Gellio, Mistero, Tornese, Crevalcore, fino a Varenne, per il trotto, devono essere il nostro orgoglio perché solo valorizzando la tradizione, che non ci manca, si può battere l’ippica dei numeri, che non ci piace, a tutto vantaggio dell’ippica dei nomi che, invece, ci piace molto.
E a “frugare” nel passato, fra genealogie ed albi d’oro, si scoprono eventi curiosi e bellissimi, ricorsi che sono la vera essenza del nostro sport e che non sono solo passato, ma presente vivo e vegeto.
Delle bellissime storie. Ed è di una di queste che vi vogliamo parlare premettendo subito, però, che chi scrive, della “novella” che vi racconteremo, ne ha già parlato agli inizi degli anni ’80, ma è stato poi necessario ritornarci sopra, in un paio di occasioni, per aggiornare una storia che ha dell’incredibile. E questa è la quarta. L’idea ci venne già quando Filipp Roc con Davide Nuti si impose nel “Firenze” 2006, inserendo il suo nome nell’Albo d’Oro della più antica classica fiorentina, esattamente 45 anni dopo il successo di Italo che, guidato da Ugo Bottoni, per i colori bianco verdi di Claudio Toniazzi, vinse, appunto, il “Firenze” nel 1961, prevalendo sul mangelliano Gualdo e sull’altro toscano Rubello, questi in pista per i colori della scuderia Valserchio. Poi la costanza di rendimento e l’esplosione in questa primavera di Filipp Roc, al record di 1.11.8 nel Regione Siciliana, ci hanno spinto a ricordare l’ascendenza del portacolori della Sant’Eusebio che, insomma, l’avrete capito, più di una parentela lo lega ad Italo. Ed è proprio questa la bella storia che, però, comincia molto lontano, addirittura negli anni ’20.
I Toniazzi, papà Claudio e i figli Carlo, Giuseppe e Pietro, erano pisani e avevano l’ippica nel sangue, naturalmente il galoppo. Barbaricina, dove, per il dolce clima mediterraneo, le grandi scuderie del nord italiano, ma anche europeo, mandavano a svernare i loro cavalli era lì, fuori le mura, a due passi dalla Piazza dei Miracoli, e loro, i Toniazzi, erano frequentatori assidui del Prato degli Escoli. Ed erano anche molto amici dei grandi allenatori e fantini del tempo. Così, nel 1922, decisero di diventare proprietari e, su consiglio di esperti, acquistarono per 20 mila lire – non poco per quei tempi - il tesiano Vasari che, montato da Polifemo Orsini, vinse a ripetizione e, in quel periodo, fu uno dei migliori cavalli della Toscana. E, proprio a Vasari, è legato un episodio che mette a fuoco la passione dei proprietari di allora. Una volta Vasari finì in parità con un certo Montenero, che era di proprietà del colonnello Guglielmo Locatelli. La parità, non essendoci a quei tempi il fotofinish, fu stabilita dal giudice d’arrivo. La decisione, però, non convinse il Locatelli che sfidò a singolar tenzone Vasari. Così i due si ritrovarono e questa volta Vasari vinse di diverse lunghezze.
Successivamente la famiglia si trasferì a Firenze e, subito dopo la guerra, nella seconda metà degli anni ’40, Claudio decise di provare l’esperienza del trotto ed acquistò Primarosa, una bellissima giumenta da Spencer Mc Elwyn e Asmara, questa figlia di Civetta, da Jockey. Primarosa fu affidata al pisano Guido Nesti e la cavalla vinse a ripetizione su tutti gli ippodromi d’Italia fino al termine dei 7 anni. Quando smise l’attività in pista, fu deciso di tenerla come fattrice e fu mandata a Caproni e nel 1950 nacque Sivigliana. Poi, nel 1951, Primarosa morì di parto e così Sivigliana rimase l’unica erede di Primarosa. Ma fu un disastro. Non era assolutamente da corsa e i Toniazzi pensarono anche di venderla, ma la riconoscenza per Primarosa li fermò e decisero di provarla in razza. E fu la loro fortuna. Il primo prodotto fu Iriola che, con la guida di Nello Bellei, fu una protagonista sulle piste toscane nella seconda metà degli anni ‘50, poi Sibarita, quindi, nel 1957, dal mangelliano Ilario, come Iriola, nacque un maschio che Claudio, per l’amicizia che lo legava ad Italo Marchi, decano dei giornalisti ippici della Toscana, chiamò, appunto, Italo. E il puledro, con Ugo Bottoni, fu un frequentatore delle classiche giovanili e vinse, appunto, il “Firenze”1961. Nel 1962 papà Claudio morì e all’allevamento si dedicò a tempo pieno Carlo che, comunque, si occupava anche dell’impresa di famiglia insieme al fratello Pietro, il quale era proprietario di cavalli, ma ad ostacoli, uno per tutti Sano di Pietro, vincitore di una Gran Corsa di Siepi alle Capannelle, e allevatore di purosangue in piano. Giuseppe, invece, pur appassionato di ippica anche lui, era un affermato medico pediatra.
Sivigliana, dopo Inagua, nel 1964, dette alla luce, da Tornese, Ala di Vento e nel 1966, da Nievo, nacque Arundo Donas, che fu l’ultimo prodotto importante della figlia di Caproni. Arundo Donas, formatosi alla scuola di Alfredo Biagini, creatore di Cinquale, vinse subito al debutto, poi, siccome, per struttura, era un soggetto più adatto alle piste del chilometro, fu affidato successivamente a Giuseppe e Vittorio Guzzinati confermando le attese. Arundo fu un buonissimo cavallo, frequentatore con successo delle classiche giovanili e mantenendo, anche da anziano, un rendimento più che pregevole. Ma torniamo ad Ala di Vento, che non piaceva molto a Carlo il quale, data l’ottima genealogia, la portò alle Aste nella speranza di venderla. Non ci fu nessuna richiesta. Così la provò in corsa, i risultati ci furono ed Ugo Bottoni era entusiasta di questa cavalla, ma Carlo, a quel punto, nonostante l’opposizione dell’Ammiraglio, che la riteneva matura per il salto di qualità, la ritirò dalle corse e la mise in razza. E la decisione, ancora una volta, fu giusta. Ala di Vento dette Braglia, Mazzadoro, Tinta, Senape, Aspettami e Corazzata. Fra queste, tutte da corsa, meritano un cenno particolare Tinta e Aspettami che,oltretutto, si rivelarono brave anche in corsa. Verso la fine degli anni ’80 Carlo morì e il materiale fu venduto. E Tinta e Aspettami emigrarono al nord, dove si sono distinte a ripetizione con risultati eccellenti. Tinta, fra l’altro, ha dato Lussia D’Asolo, madre, tra gli altri, di Scheggia di Vetro, 1.15.7 e Zini, 1.16.9, Noria D’Asolo, madre di Badoglio, 1.13.4, e Toto D’Asolo, 1.11.6. Aspettami è stata dirompente : Orson Roc, 17.3, Rosell Roc, 1.19.1, Saba Roc, 1.17.6, Tosca Roc, 1.16.2, poi Zaireska Bar, 1.13.8 e vincitrice classica, Baireska Bar, 1.16, e Conte Bar, 1.16.8. Ma quello che è impressionante è la grande capacità di queste fattrici di trasmettere e migliorare. Infatti Zaireska Bar, messa in razza, ha dato Exile Bar, 1.13.7, Fenomeno Bar, 1.12.8, Gibernau Bar, 1.14.6 e Infinito Bar, 1.14.1. E ora Rosell Roc, da Aspettami, da Ala di Vento, da Sivigliana, da Primarosa: Dumper Roc, 1.12.7, Aurora Roc, 1.14.7, Bitter Roc, 1.15.4 , Ciquita Roc, 1.15.5, Euforia Roc, 1.17.6 , ma soprattutto l’eccellente Filipp Roc, 1.11.8, con il quale, per ora, chiudiamo il cerchio del nostro “aggiornamento”.
Tutto questo è merito di Sivigliana che, solo per un motivo sentimentale, legato alla madre Primarosa, per poco non è finita a tirare la carrozza o giù di lì. C’è da non credere a questa “realtà romanzesca”, ma i Toniazzi, in quella Sivigliana piccola e bruttina, riversarono tutto il loro affetto e la loro passione e furono ampiamente ricompensati. Certo, nelle recenti “esplosioni” molto hanno inciso le azzeccate scelte degli incroci attuati dai signori Rocca e Troncone, ma la base c’era e, appunto, si chiamava Sivigliana che, non a caso, aveva nelle vene il sangue di Jockey. Non possiamo concludere senza un ultimo accenno alla famiglia Toniazzi che, ormai tutti scomparsi quelli della vecchia generazione, è rappresentata oggi dai fratelli Paolo e Claudia, figli di Pietro, che, senza più interessi diretti nel settore, seguono con passione incredibile i discendenti di Sivigliana e, in particolare, l’ultimo grido Filipp Roc. Come se fosse uno di famiglia. Cari amici, questa è l’ippica. Piaccia o no.
Antonio Berti


Pubblicato sul sito in data: 2010-03-18

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