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Il Duomo e l'Etruria - ovvero: il trotto italiano nel secondo dopoguerra

Firenze e i suoi grandi avvenimenti

Di Antonio Berti.
Certo, diciamocelo francamente, a guardare i partenti del Duomo 2006, giunto quest’anno alla sessantesima edizione, e quelli dell’Etruria, di un anno più anziano della corsa internazionale, per noi fiorentini, c’è poco da stare allegri. Una bella corsa, per carità, il Duomo, ma solo una bella corsa è troppo poco per un gran premio che ha avuto, nella sua storia, una rilevanza di grande spicco internazionale, la cui fama aveva oltrepassato anche l’oceano con il gemellaggio fra l’ippodromo delle Mulina e lo Yonkers di New York. E un po’ la stessa riflessione, anche se con motivazioni diverse, può essere fatta per la classica fiorentina dei 3 anni, una volta tappa obbligata per le giovani generazioni sulla distanza del doppio chilometro, poi snaturata con la riduzione della distanza al miglio e per una collocazione temporale sbagliata, “stretta” come è fra il Tito Giovanardi e il Città di Napoli. Certo, qualcosa poteva essere fatto, ne siamo sicuri, ma il nostro trotto ormai, da un po’ di tempo a questa parte, e quello fiorentino in particolare, sembra subire gli eventi senza reagire e, soprattutto, senza proporre. E allora, nella speranza che la vecchia classica fiorentina della velocità tiri fuori dalla sua scatola magica qualche numero a sorpresa, e non sarebbe la prima volta, perché il “dna” c’è, consoliamoci dando uno sguardo al passato di queste due corse che fanno parte integrante della storia del trotto italiano degli ultimi 60 anni.

IL DUOMO

C’era una volta Giuseppe Camarrone. Già, direte voi, ancora lui? Si, ancora Lui perché l’ippica fiorentina deve quasi tutto a Lui che capì al volo la grande passione dei toscani per il trotto. E’ un dato assodato, un dogma di fede da non mettere assolutamente in discussione. Allora riprendiamo. C’era una volta Giuseppe Camarrone, appunto, giovane funzionario della milanese S.I.R.E. Poco più che trentenne, ma già esperto nel settore grazie alla “scuola” di Luigi Locatelli, gran capo degli ippodromi milanesi, Camarrone, era il 1939, fu inviato a Firenze con lo scopo preciso di rilanciare l’ippica nel capoluogo toscano. E “Gastone”, come lo chiamavano gli amici, rimise subito in vita in vita l’ippodromo delle Mulina, fermo da qualche anno. Ci fu una stagione a successo e i fiorentini gradirono riempiendo l’ippodromo. Nacque quell’anno il Premio Firenze e, nell’anno successivo, il 1940, il Premio Toscana. Poi scoppiò la guerra e Camarrone tornò a Milano e ritornò a Firenze, questa volta con la famiglia, subito dopo la fine del conflitto. Un disastro: l’ippodromo delle Mulina era ancora occupato dai carri armati dell’ VIII armata britannica del generale Sir Harold Alexander e il Visarno era usato come campo di aviazione per gli alianti e i piccoli aerei della V Armata americana del generale Clark. Ma Camarrone non si perse d’animo, si dette da fare e nel giro di poco tempo i due ippodromi furono liberati dagli ospiti indesiderati ed alla fine del 1945 alle Mulina si ricominciò a correre. Si tornò, insomma, alla normalità. C’era, però, da fare il più e cioè dare un ruolo a Firenze nell’ippica italiana. E lui lo fece con scelte precise e accorte creando, nel giro di due anni – 1946/1947 - un calendario di grandi premi che, pur snaturato in questi ultimi tempi, dura tutt’ora. E fu cosi che nel 1947 nacque il Duomo. Le prime due edizioni furono a prova unica, poi dal 1949 al 1951 il Duomo fu disputato in tre prove con punteggio finale e nel 1952 si tornò alla prova unica che durò fino al 1980. Dal 1981, con l’avvento di Vanni Parenti alla direzione della Società Fiorentina Corse Cavalli, la corsa adottò la formula del Lotteria con batterie e finale, e fu un trionfo a livello internazionale per questo confronto fiorentino. Poi dal 2003 siamo tornati alla prova unica, ma soprattutto, in questi ultimi due anni, ad una dotazione umiliante per una corsa dal grande carisma come il Duomo. Ma la storia della corsa, anno dopo anno, l’hanno fatta i grandi campioni, a quattro zampe ed a…due mani, che hanno iscritto il loro nome nella storia del Duomo. Vogliamo ricordarli? Eccoli. Magione nel 1947 con Omero Fabbrucci, il primo della lunga serie, poi la doppietta di Romolo Ossani con Tais-Toi, nel 1948, ed Uncle Williams , nel 1949, Leola Hanover e Fausto Branchini nel 1950, Alessandro da Bruno e Walter Baroncini nel 1951, poi la doppietta di Vivaldo Baldi con Birbone, nel 1952-1953, quindi Vestone con Froemming nel 1954, poi Tenebroso con Fausto Branchini nel 1955 a cui seguì nel 1956 Assisi con Sergio Brighenti e ancora Walter Baroncini in primo piano nel 1957 con Bordo. Poi ci fermiamo perché il Duomo 1958 è legato alla vittoria di Tornese che si impose nella corsa fiorentina alla media di 1.15.7. Fu una vera impresa perché per la prima volta un indigeno sfiorava i 2 minuti, velocità a quei tempi concessa solo ai veltri americani, ma a casa loro. Fu un successo che segnò una data storica nel cammino ascensionale dell’allevamento indigeno. Uno spartiacque fra il trotto dei pionieri e quello moderno. Pensate che ci vollero circa 10 anni perché un altro indigeno, Gladio, sulla pista romana di Tor di Valle uguagliasse quel record. Inoltre, a tutto merito della pista fiorentina delle Mulina, che da quel giorno fu chiamata la pista dei record, Tornese riuscì poi ad uguagliare il proprio record, ma solo sulla pista francese di Cagnes Sur Mer. E da allora il Duomo volò sempre più alto e per rendersi conto dell’importanza di questa corsa basta leggere l’albo d’oro della corsa pubblicato in altra parte di questa stessa dispensa.
Dal 1981 , come già accennato, il Duomo si trasformò con la formula delle batterie e Vanni Parenti, che proprio in quel periodo aveva assunto la direzione della Fiorentina Corse, lo lanciò a livello internazionale riuscendo ad inserirlo nel Circuito Europeo. Furono i tempi degli scandinavi che “steccarono” alla prima edizione, quella del 1981, nella quale un Vivaldo Baldi ancora giovanile con Enriquillo si oppose con successo alla gran favorita Plumona Rs guidata dall’ice man Stig Johansson, ma dall’anno successivo fu “vendemmia” per i cavalli del nord con la tripletta di Keystone Patriot a cui seguirono vittorie estere fino ai nostri giorni interrotte solo nel 1987 dall’indigeno Esotico Prad con Giuseppe Guzzinati. Questa,in breve, la storia di questa corsa fiorentina che noi ci auguriamo, nei prossimi anni, possa ritornare, per la sua grande tradizione, al livello che di diritto le compete.

L’ETRURIA

Di un anno più anziano, invece, il Premio Etruria che non ha il carisma del Duomo, ma che ha svolto sempre un ruolo di primo piano nel cammino dei 3 anni. Nato nel 1946 come premio di settembre, l’anno seguente fu ribattezzato premio di ottobre e tale rimase fino al
1958 quando assunse la denominazione di premio di Novembre. Questo, è facile capirlo, dipendeva dal fatto che, per esigenze di calendario, prima si disputò a settembre, poi ad ottobre, infine a novembre. Nel 1974 la corsa subì una nuova variazione temporale e allora Giuseppe Camarrone, che aveva una speciale predilezione per…i mesi e le stagioni, d’accordo con l’allora segretario dell’Encat, Antinori, decise di abbandonare riferimenti stagionali e ribattezzò la corsa premio Etruria. E, logicamente, da allora, sono più di 30 anni, non ha più cambiato denominazione. La corsa ha avuto un grande peso dalla fine degli anni ’50 alla fine degli anni ‘80 perché era una delle classiche più importanti in mezzo miglio sulla distanza del doppio chilometro. Poi la corsa fu portata sulla distanza breve e questo non le giovò. Comunque, gioca a favore dell’Etruria una grande tradizione ed una storia che ne fanno una dei confronti più prestigiosi nel calendario classico del trotto italiano. E lo confermano i vincitori, per i quali basta guardare l’albo d’oro, ma ne vogliamo segnalare alcuni in particolare: Lord Mayor guidato da Romolo Ossani, Mincio con Vivaldo Baldi, Steno con Nello Bellei, secondo, dopo errore, nell’International Trot del 1965, Carosio con Giancarlo Baldi, Freddy con Sergio Brighenti, Borgoplin con Vivaldo Baldi, Sperlak con Nello Bellei, Esotico Prad con Giuseppe Guzzinati, fino a Vanitas Ac che nel 1998, con uno scatenatissimo Giancarlo Baldi, si prese la soddisfazione di battere quello che sembrava l’imbattibile Viking Kronos.
Insomma due corse, nonostante tutto, importanti e da seguire per il fascino che rappresentano grazie alla loro grande tradizione conquistata negli anni. E si sa che il vino d’annata non tradisce mai.

Pubblicato sul sito in data: 2009-12-04

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