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Ivan, Cappuccetto Rosso

Di seguito vi proponiamo questo articolo su Nello Bellei, realizzato due anni prima della sua scomparsa e pubblicato sul numero del giugno 2004 della rivista “Il Trottatore”. L’intervista è di Antonio Berti.

Firenze portava ancora i segni del terribile passaggio della guerra, la ‘ricostruzione’ era in atto, ma ancora lontana da essere conclusa, ed il boom economico che, si voglia o no, avrebbe cambiato il volto dell'Italia, ancor più lontano. In questo clima difficile - eravamo alla metà del secolo scorso - ma indubbiamente di ripresa e quindi di speranza, in un giorno non ben definito di quel periodo, un ragazzino di 19 anni, proveniente da Treviso, era sceso da un carro bestiame delle FF.SS alla stazione di Firenze insieme al suo prezioso carico che era formato da tre cavalli, una ghighella ed un baule. Questo ragazzo, che si chiamava Nello Bellei, Ivan per gli amici, scaricò la ghighella, sistemò il baule sul rotabile, poi fece scendere i cavalli, attaccò alla ghighella una femmina che si chiamava Eretta, la più cattiva fra i tre, prese, come si dice, sottomano gli altri due, i cui nomi erano Birron e Yorick, ed affrontò il viaggio che dalla stazione lo avrebbe portato all'ippodromo delle Mulina. Durante il trasferimento verso il trotter fiorentino, Nello, fra sé e sé, lungo le strade affollate di biciclette e non di auto come ai nostri tempi, stava ripensando se la scelta fatta di abbandonare gli studi per il mondo dei cavalli fosse stata giusta o no. Già, perché il nostro, che era allievo fresco di nomina, aveva già corso tre volte a Torino, e con cavalli di chances, ma l'esito non era stato incoraggiante perché l'unico risultato positivo era stato un quartino. ‘Forse – pensava – questo non è il mio mestiere’. E lo scetticismo sulla scelta di vita operata aumentò quando, arrivato nelle scuderie delle Mulina, gli fu detto che non c'erano boxes disponibili. Gli fu consigliato di andare ai Grilli, così si chiamavano i pochi boxes delle scuderie del galoppo al Visarno, dove esisteva un commerciante di animali, soprattutto volatili, il cui nome, appunto, era Grilli. Ma anche qui tutto occupato. Immaginarsi la disperazione di Nello che, a quel punto, non sapeva più a che santo votarsi. Ma, fortunatamente, un ‘santo’ lo trovò in Fosco Lunghi. Il ‘Lunghino’, così già lo chiamavano i suoi tifosi, ebbe compassione di questo ragazzo disperato ed ospitò cavalli e ghighella in alcuni boxes che il trainer-driver fiorentino aveva disponibili fra la Manifattura Tabacchi e quel piccolo fiumiciattolo, chiamato ‘fosso macinante’, che, sfiorando a nord la zona scuderie del vecchio impianto fiorentino, fa affluire le acque del Mugnone in Arno.
Questo fu il primo contatto fra il giovane Bellei e la Toscana, una terra che poi sarebbe diventata la sua terra e dove ben presto, ancora giovanissimo, si sarebbe messo in evidenza sia come preparatore che come guidatore cancellando, così, per sempre, quei dubbi angosciosi sulla validità della scelta fatta. Infatti, poco tempo dopo l'arrivo a Firenze, e precisamente il 4 novembre 1950, che allora era festa nazionale in quanto anniversario della vittoria nella prima guerra mondiale, arrivò anche per Ivan la prima vittoria con Ironia. A questa seguì, pochi giorni dopo, il successo con Delfo The Great e quell'anno, il 1950, Nello lo chiuse con 5 vittorie, tutte ottenute fra novembre e dicembre. Non male per uno alle prime armi.
Ma facciamo un passo indietro e parliamo di Nello ragazzo. Nato a Modena, culla del trotto, il 14 ottobre del 1930, Ivan seguì gli studi fino alla quinta ginnasio, ma il virus dei cavalli ormai gli era entrato nel sangue e la febbre del trotto mal si conciliava con il latino e soprattutto con il greco del Liceo Classico. La madre, però, voleva che il figlio studiasse e, allora – la famiglia nel frattempo si era trasferita a Milano – lo mandò a ripetizione di latino e greco da Medardo Miliano, l'indimenticabile Medoro, quello che poi diventò un famosissimo allibratore milanese la cui sorella, Maria Luisa, tutt'ora vivente, sposò Pietro Gubellini, il famoso fantino di Federico Tesio, padre di Edoardo e nonno di Pippo, tragicamente scomparso in corsa a Milano. Ma Nello aveva ormai la testa fra i cavalli e così, nonostante l'impegno di Medoro, il nostro abbandonò le lingue morte, optò per l'ippica e andò a scuola da Sergio Brighenti, l'indimenticabile Pilota, e quelli furono anni importanti per la carriera di Ivan che, in oltre 40 anni di attività in pista, ha forgiato campioni come Steno, Akobo, Sem, Scellino e Sperlak, tanto per ricordarne alcuni, conseguendo, inoltre, ben 11 frustini d'oro. Ma, a proposito di Brighenti, sentiamo cosa ci racconta Nello Bellei.
“Il periodo con Brighenti - attacca Nello - per me fu fondamentale. Sergio era un grande guidatore, ma soprattutto un grandissimo preparatore. Da lui, se stavi attento e lavoravi, e io stavo attento e lavoravo, si imparava tutto. Era geniale nell'impostare i cavalli, capiva subito se quel soggetto poteva diventare qualcuno o no. Insomma, una scuola dalla quale ho appreso tanto. Poi ci ho messo del mio ed i risultati ci sono stati. Insomma il bilancio mi sembra sia stato positivo”.

D.: E quel ‘mio’ in cosa è consistito?
R.: “Brighenti - prosegue Bellei - era sempre alla ricerca del campione e lui ne ha avuti tanti, un quantitativo fuori misura. Quella ricerca costante del campione, era una politica che lui poteva fare avendo avuto sempre tanto materiale a disposizione e tanto ricambio, ma, ricercando sempre il massimo, è naturale fare delle ‘vittime’. Io, invece, ho sempre cercato di individuare le reali possibilità del cavallo e di tenerlo il più possibile un gradino sotto il massimo per farlo durare più a lungo. E con questa politica la scuderia Kyra è stata per tanti anni ai primi posti nella classifica per somme vinte delle scuderie italiane. Certo, quando mi rendevo conto che era arrivato il momento di pigiare sull'acceleratore, allora non mi tiravo indietro. Operando in questo modo i bilanci quadravano ed io dovevo pensare anche a questo”.

D.: Del trentennio e passa che tu hai corso per i colori della Kyra ne parliamo dopo. Ora siamo sempre all'‘Università’. Dopo la scuola con Brighenti, e le prime esperienze in proprio, c'è la scuola da Omero Baldi. Cosa ricordi di quel periodo?
R.: “Omero - prosegue Ivan - era un grande uomo di cavalli e Vivaldo tutti sanno chi è stato e chi è ancora. Anche lì ho imparato molto. Cincerina era un personaggio speciale, i cavalli se li inventava e sapeva pubblicizzare al massimo la propria ‘bottega’. È’ stato in questo periodo che ho fatto il salto di qualità vincendo il Ghirlandina, il mio primo vero gran premio. Era il 1957, Vivaldo in quel periodo non poteva scendere in pista perché non stava bene, c'era il Ghirlandina e c'era da guidare Checco Pra. Omero avrebbe potuto farlo guidare a qualche grande nome, ma scelse me che avevo solo 26 anni. Pochi minuti prima di entrare in pista, mi avvicinò e mi disse: ‘Io ho fiducia in te, le mani e la testa ce l'hai, il cavallo c'è, vai e non ti provare a perdere’. E io mi guardai bene dal perdere...Fu una grande soddisfazione”.

D.: E durante il periodo con i Baldi ci fu la prima presa di contatto con la Kyra.
R.: “Sì - continua Bellei - fu nel Derby del 1957. La Kyra, che aveva iscritto al Derby Seduttore e Smeriglio, proprio pochi giorni prima della corsa ruppe il rapporto di collaborazione con Brighenti. Così fu preso contatto con Ugo Bottoni, ma l'Ammiraglio era già impegnato
nel Derby, mi sembra, con Decumano. Allora fu chiesto a Vivaldo di guidare Seduttore e il compagno di colori Smeriglio, che aveva compito di spalla, lo guidai io. Vivaldo vinse e io feci il quarto. Sì, quella fu la prima volta che indossai i colori della Kyra”.

D.: I colori bianco, azzurro e rosso di Anna Maria Salvini che poi dovevano accompagnare per oltre trent'anni, salvo una interruzione di 2 anni e mezzo circa, dall'autunno '67 alla primavera '70, la tua vita professionale.
R.: “Lasciai i Baldi - prosegue Ivan - mi sembra nel '58, mi rimisi in proprio, andò piuttosto bene, e fu in quel periodo che la Kyra mi affidò Altamura, Canadian, Campari e Citerea. I risultati ci furono e poi, a cavallo degli anni '50-'60, mi fu dato in allenamento tutto il materiale della formazione fiorentina”.

D.: E venne Steno...
R.: “Fu il primo segnale - prosegue Bellei - di quel grande riproduttore e miglioratore che fu Oriolo e che è stata anche la grande fortuna della scuderia Kyra, prima in pista e poi, appunto, come stallone. Steno è stato il mio primo grande campione e sono legato ancora a lui con tanta nostalgia. Con lui ho vinto tutte le corse di allevamento a 2, 3 e 4 anni, e addirittura due volte il Continentale che allora si correva a 3 e 4 anni. Ma fu grande anche in campo internazionale: perse di un niente il Nazioni del '64, battuto sul filo da Froemming con la grande Ozo e il pubblico pretese a gran voce il giro d'onore anche per Steno. E una sconfìtta che ancora mi brucia è quella nell'lntemational Trot del '65: Steno sbagliò in partenza e fece un inseguimento poderoso finendo secondo in linea con il vincitore Pluvier III. Senza quell'errore avremmo vinto facile”.

D.: Poi, dopo Steno, ecco Segugio, Scansano, Sion, ma dopo Sion, anzi, quando Sion comincia a farsi conoscere vincendo il Cupolone, succede qualcosa...
R.: “Si, nell'autunno del '67 si interruppe la mia collaborazione con la Kyra, i cavalli ritornarono a Brighenti e io rimasi con due cavalli in scuderia, Valpiana e Traspontina. Non mi persi d'animo e la domenica successiva al ‘divorzio’ vinsi con entrambi. Più corse non potevo vincerle perché avevo solo due cavalli…”.

D.: Ma il periodo di magra durò poco...
R.: “E’ vero - continua Bellei - non durò molto. In poche settimane mi arrivarono in scuderia molti cavalli e in pochi mesi feci il pieno. Fu il periodo di Valpiana, con la quale vinsi il Città di Montecatini del '68 e una batteria del Lotteria, Petra, Pierfrancp e poi di Akobo, un periodo non facile, ma ricchissimo di soddisfazioni dal punto di vista professionale tanto che, a parte un anno, seguitai a vincere i frustini d'oro”.

D.: Poi ci fu il ritorno ai vecchi amori...

R.: “Nella primavera del 1970 fui nuovamente chiamato dalla signora Anna Maria Salvini e dall’avvocato Nidiaci. In un primo momento, libero di tenere anche i cavalli di altri proprietari, tanto che, proprio nel '70, vinsi il San Siro, l'attuale Orsi Mangelli, con Akobo, poi mi chiesero l'esclusiva e io accettai. Ma anche quello, il periodo degli anni '70, per intendersi, fu ricco di grandi soddisfazioni. Fu l'epoca di Sem, vincitore del Gran Criterium, del Presidente della Repubblica, del Triossi e del Fiera, di Scellino, con il quale ho vinto Cupolone, Nazionale, Marangoni, San Siro, Inverno, Europa e di tanti altri ottimi soggetti come Sabor, Sarcasmo, Savio. Insomma, non sono mancate le soddisfazioni. Ma anche negli anni '80 non mancò la grande speranza e questa si chiamava Sperlak. Un soggetto dai grandissimi mezzi, ma con tanti problemi di impiego. Quando era nella giornata giusta, però, poteva fare paura a tutti. Lui fu capace di vincere il Ponte Vecchio girando al largo e andando via per proprio conto nel fìnale”.

D.: Abbiamo sorvolato velocemente la tua lunga carriera che come allenatore prosegue ancora. Quali sono stati i cavalli che sono rimasti maggiormente scolpiti nella tua memoria?
R.: “Steno, perché era un grandissimo campione, Sem, perché quando era in giornata dovevano avere paura tutti di lui, Scellino per i mezzi, ma soprattutto per la simpatia; io, che ho avuto spesso cavalli non facili, a guidare Scellino mi sembrava di andare in bicicletta, ma senza pedalare, però. Lui la posizione se la trovava da solo, capiva al volo quando doveva uscire, era un vero fenomeno. Se un cavallo come Scellino avesse avuto i mezzi di Sperlak avrebbe vinto tutto e non solo in Italia”.

D.: Ma Sperlak era proprio così potente?
R.: “Guarda – insiste Bellei – è stato il cavallo più forte che ho avuto. Purtroppo aveva dei problemi ed era difficile a guidarsi. Insomma, non si può avere tutto dalla vita…”.
Sei nell’ippica da più di mezzo secolo, hai seguito, vivendolo, l’enorme progresso fatto dall’allevamento italiano, hai vissuto l’epoca delle grandi scuderie e l’identificazione di queste con i loro driver, che erano anche allenatori di quelle formazioni come Mangelli-Casoli, Kyra-Bellei, Castelverde-Finn, Valsassina-Peppino Nogara, Biasuzzi-Giancarlo Baldi, Walter Baroncini-Sandra, tanto per citarne alcuni, e intorno a loro si creavano la passione e il tifo della gente che allora stipava gli ippodromi. Oggi, invece, il trotto, almeno ai massimi livelli, è cambiato, ci sono gli allenatori ed i catch driver che, in genere, montano in sulky all'ultimo momento, un giorno un catch guida un cavallo, un altro giorno gli corre contro perché ne guida un altro, insomma il panorama è mutato completamente ed il consumismo, entrato ormai prepotentemente anche nel nostro ambiente, fa sì che un soggetto che a giugno è una promessa, a dicembre non esista più anche se di corse e di cavalli ce ne sono anche troppe. È un bene o un male?
“Anche se verrò accusato di essere uno che ha nostalgia dei tempi andati, ti dico senza timore che è un male, soprattutto per i riflessi che questo cambiamento ha avuto sul pubblico. La gente si affezionava a quei campioni, a quei colori, li seguiva, tifava e gli ippodromi erano vivi e pieni di pubblico. Un esempio si è avuto con Varenne, ma non importa avere un fuori classe mostruoso come quello per ritrovare l'affetto della gente. Certo i tempi sono cambiati e anche il trotto ha perso quell'anima che aveva una volta e penso che sarà difficile un recupero in quel senso. Ci siamo molto americanizzati, ma, invece, sarebbe stato meglio fare più attenzione alla Francia che, tra l'altro, è molto più vicina a noi in tutti i sensi”.

D.: Cambiamo argomento. Guardandoti indietro, nella tua vita professionale hai fatto delle scelte che oggi non faresti? Insomma, ti sei pentito di qualcosa?
R.: “Sì, di errori nella vita se ne fanno tanti, ma uno in particolare mi rode ed è quello di essermi legato a contratto con la Kyra. Intendiamoci bene, per carità, io alla signora Anna Maria Salvini e all'avvocato Nidiaci devo tantissimo, non è questo il problema, ma dare l'esclusiva a una scuderia sola ti penalizza troppo. Sei costretto a lavorare su quello che ti passa il convento e basta. Avere un contratto con una scuderia va benissimo, ma non l'esclusiva. Se sei libero, hai tante più possibilità perché le occasioni, se uno ha le capacità, non mancano. D'altra parte è andata così e va bene così”.
Nello Bellei ha una famiglia meravigliosa, una moglie, Elda, che è stata la sua prima e grande tifosa, una figlia, Rossella che, da quando papà ha smesso di correre, si vede raramente sugli ippodromi, e un figlio, Enrico, che ce la mette tutta per offuscare la grandezza del padre...

D.: Scherzi a parte, tu hai avuto sempre grande fiducia in Enrico, ma te lo saresti aspettato di avere un erede cosi bravo?
R.: “Io - prosegue Ivan - in Enrico ci ho sempre creduto fin dai primi... attacchi. Tanto è vero che, per responsabilizzarlo, all'inizio della carriera, anziché tenerlo in scuderia e facilitarlo, gli detti cinque cavalli, che non erano certo dei fenomeni, e gli dissi: “arrangiati da te”. E lui, devo dire, si arrangiò bene. Ingoiò diversi bocconi amari, ma anche questi furono utili. In quel periodo avevo in scuderia Squillo, un galoppino che non aveva mai corso. Bene, lui lo prese che era già anziano e ne fece un cavallo da corsa con il quale si stancò di vincere. Insomma, mi accorsi che non solo era bravo in corsa, ma era anche bravo come preparatore. Poi il resto lo sapete tutti, è storia di oggi. Già, devo risponderti se pensavo che diventasse cosi bravo? Guarda, che fosse bravo, te l'ho detto, lo speravo e lo sapevo, ma che arrivasse ai livelli ai quali è arrivato, questo non potevo pensarlo ed è stata così una lietissima sorpresa perché Enrico è veramente un fenomeno. Parola di padre”.

D.: E te ora come te la passi?
R.: “Faccio ancora l'allenatore, aiuto ancora in qualche modo Enrico e mi preparo qualche puledro mio. Anzi ho un paio di 2 anni proprio niente male”.

D.: Speranza in qualche colpaccio?
R.: “Te lo potrò dire questa estate che, tra l'altro, non è lontana e sarà un'estate importan-te”.

D.: Come mai?
R.: “Perché questa estate Enrico diventerà padre per la seconda volta e questa volta si tratta di un maschio”.
Allora la stirpe continua e se tale padre ha dato tale figlio, figuriamoci cosa sarà il nipotino. Ad maiora...

Da “Il Trottatore”, Anno LII, n. 6, giugno 2004

Pubblicato sul sito in data: 2009-12-10

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