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Paolo Jemmi, maestro di uomini e di cavalli

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75 ma non li dimostra – In pista dall’alba al tramonto – Il coraggioso inizio sulle piste di provincia – I primi successi – Brighenti, Baroncini, Casoli: tre celebrità uscite dalla scuola del sempre valido guidatore emiliano

Paolo Jemmi, classe 1894, decano dei drivers bolognesi (e forse anche italiani), è il caso unico in Italia di un guidatore che ha insegnato la professione a tanti allievi divenuti in seguito campioni famosi. Basti pensare alla celebre sigla trottistica BBC (Brighenti-Baroncini-Casoli): tutti e tre sono cresciuti nella sua scuderia.
Paolo Jemmi, ancor forte e ricco di energie, trascorre quasi tutto il suo tempo dedicandolo ai cavalli: al mattino, appena spunta il sole, è già in pista per allenare i suoi allievi e, dopo un breve intervallo per il pranzo, torna di nuovo all’ippodromo restandovi fino a sera inoltrata.
Per questo, sicuri di far centro, siamo andati alle scuderie dell’Arcoveggio e immancabilmente abbiamo trovato Paolo Jemmi che si accingeva a “lavorare” alcuni suoi pensionati.
Più che di un’intervista si è trattato di una chiacchierata alla buona, durante la quale sono naturalmente affiorati i migliori ricordi di una lunga esperienza ippica.
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D.: Come e quando cominciò a dedicarsi ai cavalli?
R.: Fin da ragazzo ebbi una grande dimestichezza coi cavalli. Mio zio, produttore e commerciante di burro e formaggio a Castelnovo di Sotto, possedeva per necessità di lavoro (raccolta del latte e trasporto di burro e formaggio alla stazione di Sant’Ilario d’Enza) una scuderia di dieci, dodici cavalli. Perciò sono cresciuto in mezzo ai cavalli e la passione per le corse l’ho avuta da sempre. Solo che questa passione allora si sfogava in sfide locali. Più tardi partecipai a riunioni paesane: il ricordo delle gare di Scandiano, Castelnovo di Sotto, Colorno, Finale, ecc., è ancora vivo in me come fosse ieri. In seguito, nel 1934, cominciai a Bologna l’attività professionistica.
D.: Ci parli dei cavalli che ha avuto in allenamento. O, meglio, di quelli che ricorda con maggior simpatia.
R.: E’ un discorso lungo questo. Ricordo che debuttai con Alalà B all’Arcoveggio. Poi in quel primo periodo ebbi Glorioso. Ma il cavallo che mi diede la prima grande soddisfazione fu Glori Peter, un grigio figlio di Pewny e Gloriosa. Glori Peter era un cavallo da poco prezzo ma, dopo pazienti cure e allenamenti, nel 1948 a Montecatini riuscì a battere, guidato da me, nientemeno che Pozzuolo e vinse 7 o 8 corse consecutive a Roma fra i primaserie. Poi ricordo Gran Pilastro, Nulvi, Camparuello, Desiderio (la pariglia Camparuello-Desiderio era magnifica). Un altro cavallo che mi diede grande soddisfazione fu Dosso Bello. L’avevo preso che non trottava, poi, con pazienza da certosino, allenamenti, cure, arrivò a correre e vincere fra i migliori. Ancora ebbi sotto il mio allenamento Ruit Hora che a Firenze nel 1958 fece scalpore trottando il miglio 1.17 al km. Poi, giù giù, Babbar, Stefano e Fiesse (passato dopo a Brighenti) e infine adesso Dollar e Sacripante, che tutti conoscono, e quel Dormello che non si è ancora del tutto rivelato, ma ha la stoffa per diventare un campione.
D.: Lei ha contribuito a formare tanti guidatori che ora vanno per la maggiore. Dica di questi suoi ex allievi.
R.: I nomi dei miei ex allievi parlano da soli: Casoli, Brighenti, Baroncini, Monti, Boscaro, Canzi, Bertini, Scirea, Fiacchi, Clementoni e, ora, Rivara. Tutti i miei ex allievi diranno che sono stato molto severo: ma ora riconoscono che per ottenere buoni e competenti guidatori dovevo comportarmi così. Difatti tutti sono partiti da zero: in un primo tempo brusca e striglia, poi hanno cominciato a curare i cavalli seguendo i miei consigli e, soltanto dopo che hanno imparato bene tutto questo, si parlava di salire sul sulky, naturalmente sempre accompagnati da me e dai miei suggerimenti. Tutti gli allievi cresciuti nella mia scuderia, anche quelli che ora sono dei campioni, sono rimasti amici miei e, quando mi incontrano qui, o le poche volte che vado a Milano, mi fan sempre una grande, affettuosa accoglienza, quasi fossi il loro padre.
D.: Descriva l’indole, il carattere, le attitudini di alcuni di loro.
R.: Casoli un giorno scappò da scuola e venne nella mia scuderia supplicandomi di tenerlo con me perché voleva abbandonare gli studi. Nonostante i suoi genitori volessero che studiasse, andò proprio a finire così: lo tenni e ne ebbi cura come fosse mio figlio ed ora è diventato quel campione che tutti apprezzano. Era quieto, tranquillo, positivo: a mio parere era quello che aveva più occhio di tutti da ragazzo. Conosciamo Brighenti come bravissimo guidatore, ma di temperamento impulsivo, quasi irruento, direi. Invece, quando venne da me, all’età di 14 anni, era un ragazzino volenteroso e sottomesso, che ubbidiva con sollecitudine ed ascoltava e teneva gran conto dei miei suggerimenti. Baroncini invece non l’ho avuto sempre nella mia scuderia, come Brighenti e Casoli. Suo padre aveva una macelleria e lui lo aiutava; ma appena aveva un po’ di tempo libero correva sempre da me, fra i cavalli. Aveva una gran passione ed era molto vivace. Quando poi mi trasferivo coi cavalli a Montecatini, allora Baroncini otteneva il permesso dal padre e veniva con me per tutto il tempo delle riunioni. Brighenti, Casoli, Baroncini erano molto affiatati: fra loro c’era sempre buona armonia e si volevano bene anche se talvolta subentrava un po’ di antagonismo.
D.: Per finire: quali suggerimenti, sulla base della sua lunga esperienza, si sentirebbe di proporre per migliorare le cose nel campo ippico?
R.: Dico che nello studio e nella cura dei cavalli non si è mai imparato abbastanza e che il guidatore-allenatore non deve mai perdere d’occhio i suoi allievi, deve essere assiduo sempre, tutti i giorni, deve intuire, prevenire possibili manchevolezze o difetti e curare veramente i cavalli.
D.: Ho capito; lei vuole un driver-trainer perfetto o quasi. Ma la domanda era un’altra…
R.: Rispondo per quello che si riferisce alla mia categoria. Vorrei che gli organi ufficiali ascoltassero anche i pareri dei guidatori professionisti. In fondo noi, dopo i cavalli, abbiamo una parte importante nello spettacolo ippico: e fra di noi ci sono tante persone serie, degne di fiducia ed esperte di cose attinenti all’ippica, i cui suggerimenti meritano di essere ascoltati.

Questo è Paolo Jemmi, intramontabile uomo di cavalli, sempre assiduo, tenace, energico. E anche dopo che avrà terminato la sua carriera professionistica, il più tardi possibile gli auguriamo, continuerà ugualmente a lasciare qualcosa di sé nel mondo dell’ippica per tramite dei suoi tanti discepoli che guidano in tutti gli ippodromi d’Italia.
Franco Baviera

Da “La Frusta”, anno II, numero 6, giugno 1969

Pubblicato sul sito in data: 2009-12-26

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