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Primo Castelvetro

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Nato a Cesena il 25 settembre 1889, Primo Castelvetro era professore di italiano e latino al Ginnasio, partecipò alla Grande Guerra con il grado di Tenente, ruolo in cui si distinse per eroismo quando, ferito al torace e ad una gamba, continuò ad impartire ordini fino al termine della battaglia. Appassionato al cavallo trottatore sin dai tempi in cui era studente, Primo Castelvetro fu l’artefice, insieme al professor Arnaldo Branchini, della creazione del primo organismo che raccoglieva gli allevatori italiani, il Sindacato Allevatori Italiani del Cavallo Trottatore, nato nel 1923 ma non riconosciuto dall’Unione Ippica Italiana, cui fece seguito – grazie soprattutto al suo grande impegno – cinque anni dopo, esattamente il 28 novembre 1928, la fondazione dell’A.N.A.C.T., questa sì, finalmente riconosciuta dall’U.I.I. E dal 1928, abbandonato l’insegnamento, Primo Castelvetro dedicò tutta la sua esistenza alla “sua” Associazione nelle funzioni di segretario, incarico che ricoprì fino al 1967. Il Castelvetro “uomo d’azione” va ricordato quando, nel 1943, si adoperò per assicurare foraggi a tutti gli allevamenti o quando, nel 1944, riuscì a convincere i tedeschi che con il termine “vollblut” si indicavano anche i trottatori, così che anch’essi, per lo meno in gran parte, furono esenti dalle requisizioni delle truppe tedesche o, ancora, quando, nel 1945, si adoperò per il recupero dei tanti trottatori razziati dai tedeschi pubblicando anche, a cura dell’A.N.A.C.T., un opuscolo che è poi servito agli allevatori quale documento per il riconoscimento dei danni di guerra. Ma il prof. Castelvetro ha dato soprattutto un contributo fondamentale al settore con i suoi studi sul trottatore francese e americano, poi pubblicati proprio nel magnifico volume “Il Trottatore americano e francese”, in cui riordinò tutto l’immenso materiale delle sue ricerche confermando la validità dell’incrocio franco-americano, di cui è stato il primo sostenitore tanto che, insieme a Carlo Cacciari, importò in Italia, per conto dell’A.N.A.C.T., mettendolo quindi a disposizione di tutti gli allevatori, il grande Pharaon, che ha dato un basilare contributo alla creazione della razza italiana. Insomma, senza il fondamentale contributo di questo genio, il cavallo italiano oggi non avrebbe raggiunto i livelli cui è arrivato ai giorni nostri.
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“Da oggi, tutte le volte che leggerete di Oriolo o di Tornese, di Joyeux Troupier o di Pharaon, di Icare IV o di Nievo, ricordate un nome: Primo Castelvetro. Tre fra i primi cinque, dieci fra i primi trentadue dei trottatori più veloci nati in Italia, non sarebbero mai nati senza quel nome e quell’uomo: Primo Castelvetro. Se oggi l’appassionato italiano non si degna di scendere più in basso di 1.17 si lascia sfuggire il ricordo di cavalli altrettanto meritevoli e famosi, credete: è ancora colpa sua, di Primo Castelvetro.
Questo nome ai giovani potrebbe dire poco: a qualcuno potrebbe ricordare un letterato di quattro secoli fa, coinvolto in clamorose vicende pro e contro la Spagna, pro e contro la Francia. E’ poco; ma va bene anche così. Fra i pochi nomi che i meno giovani e tutti coloro che s’interessano alla storia del nostro trottatore ricorderanno sempre, da Breda a Mangelli, c’è ancora lui: Primo Castelvetro.
Ma com’era questo Castelvetro che sa di mura aspre e turrite, di difese e di sortite, di lotte vivaci e furibonde?... Com’era?...
Beh, ai più giovani, dirò che era proprio così: com’essi se lo immaginano. Come l’ho conosciuto faceva una certa impressione di durezza attenta e segretamente affettuosa: di un Socrate puntiglioso ma non amaro; di una virtù limpida e battagliera. Soprattutto, a chi non l’ha conosciuto troppo presto, faceva impressione di un ‘omino’. Piuttosto piccolo, minuto, insomma; ma poi uno se lo sentiva crescere, a poco a poco se lo sentiva venire addosso. Egli aveva le virtù e i difetti di un Toscanini, di un Tesio. E infatti: - Pàilot! Pàilot!... Old Bellfounder!... Bright’s Roan Mare!... Mambrino! Mambrino Chief!...
Ma come: non conoscevo né Pàilot, né la Bright’s Roan Mare… Orrore. E mi tempestava di nomi: tempestava anche il tavolo scandendo quei nomi che la pronunzia inglese rendeva inverosimilmente marziali, quasi scritti a lettere cubitali. Quel Pàilot poi che si scriveva Pilot…
Lo avreste detto voi ad un uomo come Primo Castelvetro che non conoscevate Mambrino Chief!?... e nemmeno la Cub Mare?!...
Per nuovi che foste, capivate subito che dietro quei nomi si celava qualcosa, come una passione segreta; che essi raccontavano forse una storia meravigliosa…
Primo Castelvetro stava preparando la sua opera più famosa e più importante. Se D’Andrade aveva scoperto la storia del Pony Sorraja, se Budjonny aveva rifatto il vecchio cavallo del Don e il Terek, e inventato il cavallo cui aveva dato il nome; egli stava per sostenere fino in fondo e a spada tratta una sua vecchia tesi, al servizio di una cosa non meno nobile e ardita: creatore un trottatore nuovo, che volentieri egli avrebbe chiamato Trottatore Italiano. Gli mancava qualcosa, non del tutto trascurabile; ma che non si trovava più. Ad una Ferrari può mancare un cilindro; e la cosa forse non è altrettanto grave. Ebbene, a lui mancava il trottatore Friulano. Glielo avevano distrutto a cavallo del XX secolo, per lanciare il trotto italiano sulla pista dello Standardbred americano. Forse da qui un segreto rodìo, una specie di risentimento, un amore un poco astioso, contro quei cavallini sempre più minuti che venivano dall’America; e un amore di ‘rimessa’ per il Normanno, il Trottatore Francese.
Una volta che aveva ripiegato sul Normanno, egli era partito con rinnovato slancio. Si trattava di guidare gli allevatori, di togliere dai loro visi quella espressione allarmata: Dio mio! il Normanno… Si trattava di togliere dalle menti dei più il “Dio mio! s’è sempre fatto così…”.
Nel 1953, a Bologna, uscì dunque il suo ‘Il Trottatore Americano e Francese’ (origini e sviluppi delle due razze). In questo libro Egli dimostrava che i due trottatori avevano alle origini gli stessi antenati di sangue orientale (Byerley Turk, Godolphin Barb e Darley Arabian). L’impressione (anche nostra) fu che egli avesse sacrificato qualcosa alla sua tesi e al suo amore; che egli avesse fatto addirittura una sua guerra personale. Figuratevi: toccare il Purosangue!... Meno grave, forse, una scalpellata rabbiosa al David di Michelangelo.
E invece il prof. Castelvetro aveva serenamente, socraticamente ragione. Aveva ragione anche sul fatto più grave: il trottatore non è meno nobile (guai a chiamarlo ‘mezzosangue’!) del purosangue, il quale è proprio figlio di magnifici stalloni orientali, ma anche di simpatici contadini: come razze a sangue freddo (cavalli da tiro pesante e leggero) e perfino di Ponies!... come oggi tutti sappiamo.
Un uomo così non era fatto per vivere bene, né comodamente: sempre da lottare, da combattere, da contrastare, con la testa mezzo sepolta da una montagna di carte, di certificati, di libri, di documenti, di cui non perdeva il filo…
Ma un uomo così ebbe anche le sue belle soddisfazioni e tra queste la più bella: veder realizzare il suo sogno, o, meglio, il risultato delle sue intuizioni.
Un bel giorno, con il dr. Carlo Cacciari, egli partì per la Francia; e ne ritornò con Pharaon, un Normanno!... Era l’inizio di una nuova storia, più che di un nuovo capitolo, per il nostro allevamento e per il nostro sport.
Volete dire che non avessero tentato prima?! Si erano provati; ma la delusione li aveva fatti smettere. Ed ecco provava lui, l’omino dalle chiavi d’oro; e in dodici anni nascevano i magnifici dieci da 1.17, di cui sopra, nascevano Tornese, Oriolo e Agaunar.
Ci sono i momenti che gli altri sports scoprono ad ogni istante e chiamano per il piacere delle platee, ‘storici’. Ma quello, più che recente ancora vivo e a tutti presente, fu veramente un momento storico: una rivoluzione. Esso comporta un tal rimescolìo di carte e di idee, che anche le piste e gli ippodromi ne sono influenzati e costretti a cambiare. Se la selezione va in un verso, è necessaria la pista tale; se nell’altro, la pista tal’altra…
Siamo così arrivati all’idea del professore-rivoluzionario; e oggi che ciò è così facile da essere quasi di moda, oppure ormai tanto consueto da uscirne, quell’appellativo di “rivoluzionario” ci dà l’immagine di un Castelvetro unilaterale e incompleto, patologicamente impegnato a dar fastidio altrui. Peccato, perché egli era soprattutto un costruttore: geniale o paziente, umile o imperioso, secondo il bisogno o la necessità.
Dal 1929 egli fu l’anima della Associazione Naz. Allevatori (Anact), di cui resse la segreteria fino al 1967 ed oltre. Gli allevatori erano poche decine, più spesso ignari e smarriti: egli ne fece una robusta legione. Non sapevano; egli li istruì. Si smarrivano: egli indicò la strada.
Non sono mai riuscito ad immaginare un rivoluzionario in bicicletta: a cavallo forse; ma oggi nemmeno così. Ebbene, sul finire dell’ultima guerra, eccolo là un omino a cavallo di una bicicletta: è proprio lui, il prof. Castelvetro.
Di Pippo e di altri aerei randagi e mitragliatori che sorvolavano l’Italia del Nord, ancora in mano ai Tedeschi, egli non aveva paura. Aveva ancora in corpo il piombo della grande guerra precedente; e tirava avanti dove c’erano strade e dove non ce n’erano. Andava in traccia di cavalli, i suoi cavalli! Razziati; delle fattrici e dei puledri sbandati (così nacque Birbone, vincitore di tre Lotterie di Agnano); pezzo a pezzo rimetteva in piedi l’edificio che gli era costato tanta fatica.
Era un omino leggendario, lontano dalle due battaglie, dagli scontri pieni di fuoco e privi di ira. A noi sembra proprio che dovesse sentirsi in vacanza, non fosse per qualche scarica improvvisa e irosa dello sbadato Pippo, che non sapeva che fare e lo costringeva a gettarsi nel primo fossato che trovava.
Così era per noi Primo Castelvetro: “il professore” di tutti noi che avevamo bisogno di imparare. A tutti, poi, egli trasmetteva quel sacro fuoco, che più delle sue teorie geniali e fortunate, più delle sue fatiche di certosino-segretario, in ogni tempo, faranno il bene dell’ippica.
Se non l’inventava Marconi, la telegrafia senza fili la inventava qualchedun altro: potete esserne certi. Se non ci arrivava Castelvetro, il famoso ‘non c’è meticciamento!’, lo avrebbe detto, magari un po’ in ritardo, qualchedun altro. E anche questo è certo. Quel che è difficile dare è invece, il suo fuoco, la sua passione.
Il suo sorriso, la sua ironia, la luce dei suoi occhi, rivelavano la sua genialità. E’ un ‘dono’ che si riceve nascendo. Ma più importante era quello che c’era sotto: un ‘dono’ che si fa e si lascia a tutti solo dicendo addio”.

Di Nereo Lugli (da “Il Trottatore”, maggio 1972)


Pubblicato sul sito in data: 2011-03-30

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