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Questi benedetti nomi

Gli attuali nomi dei nostri trottatori, nella grande maggioranza impronunciabili, incomprensibili e vittime della mania esterofila di noi italiani di introdurre nella nomenclatura equina anche nomi esteri, spesso errati, sono un'altra anomalia del nostro trotto. E’ vero che noi italiani abbiamo avuto Totò che parlava tutte le lingue ma, come diceva appunto il Principe De Curtis, “ogni limite ha una pazienza”…. E se a tutto ciò si aggiunge anche che il sesso di un cavallo è ormai diventato un’opzione, siamo veramente allo sfascio. Due esempi per tutti: Orgoglio Caf e Laborioso Nem, entrambe femmine. Ma chi controllava c’era? E se c’era, cosa stava facendo?
I primi sentori di quello che sarebbe successo si ebbero agli inizi degli anni ’80 quando, con la leva 1978, copiando la Francia, iniziò l’alfabeto che, si voglia o no, restrinse non poco la scelta dei nomi. Le cose sono poi peggiorate, veramente una discesa libera, con l’uso indiscriminato delle sigle nelle quali gli allevatori reclamizzano il proprio prodotto senza guardare al nome. Questo è successo, ma ci fu chi, già nel 1981, suonò il primo campanello d’allarme. Si tratta di Arrigo Martino, giornalista molto noto e storico corrispondente da Bologna, Modena e Cesena di “Trotto Italiano” e poi di “Trotto-Sportsman” che, in un’intervista al bolognese Italo Fantuzzi, proprietario, gentleman e allevatore, pubblicata sul numero 5 di marzo-aprile 1981 del periodico “Tuttotrotto”, sviscerò il problema facendo intendere quello che sarebbe potuto accadere e che poi, puntualmente, accadde. Otto anni più tardi, sul periodico napoletano “Cavalli in pista” del giugno 1989, tornò sull’argomento Antonio Berti, corrispondente, prima, di “Trotto Italiano” e, successivamente, di “Trotto-Sportsman” dagli ippodromi di Montecatini, Firenze e, infine, Follonica. In questo articolo, tra l’altro anche molto divertente, si va giù decisi sull’uso delle sigle che, aggiunte, spesso, a nomi “indigeribili”, rendono impossibile la memorizzazione. Nell’articolo si auspica un ritorno (cosa che poi non si è verificata) ai tanti bei nomi che ci offre la nostra cultura e la nostra storia. Tra l’atro, l’autore fa notare come i nostri grandi campioni del passato, che si chiamavano Mistero, Bayard, Birbone, Crevalcore, Tornese, Fiesse, non avessero le sigle che, forse, portano anche male... E c’è anche da crederci visto che, sei anni dopo questo articolo, è nato un certo Varenne che, per sua fortuna, non aveva sigle. Che ne pensate…?
Di seguito pubblichiamo questi due articoli che, crediamo, potrebbero anche farvi divertire. Buona lettura!


I NOMI DEI PULEDRI, QUALE PASTICCIACCIO

Questa volta il tema del mese, nell’ormai consueto colloquio con Italo Fantuzzi che parla a nome dei proprietari emiliani, sono io a porlo in veste di giornalista. E’ un argomento che scaturisce dalle esperienze professionali di cronista e telecronista, ma la cui portata va certamente al di là di questo pur già rilevante aspetto.
L’argomento è quello dei nomi dei cavalli, che va posto sul tappeto subito, sulla base di quanto emerso dalla prima generazione presentatasi in corsa all’insegna della lettera “A”, iniziale comune a tutti i nati in Italia nel 1978.
Prima domanda a Fantuzzi, come verifica dell’entità del problema che un giornalista probabilmente avverte forse più di altri che vivono nel nostro ambiente, ma che tocca tutti:
D: Non hai l’impressione di conoscere poco, meno di quanto accadesse nel passato, la generazione che ha debuttato quest’anno? Non pensi che questo possa dipendere dal fatto che tutti i nomi incominciano con la lettera A?
R: Effettivamente si fa più fatica a distinguere i vari soggetti, perché si ricordano meno i nomi. Ma questa è una regola che vige praticamente da sempre in Francia, e quindi ci abitueremo anche noi.
D: Sì, certo, ma c’è un problema nel problema, secondo me: non ti sembra di ricordare meglio i nomi dei cavalli francesi di quelli dei puledri italiani?
R: In un certo senso è vero, però dei cavalli francesi ricordiamo i nomi di una cerchia ristretta di cavalli di prima categoria, e gli altri non li leggiamo mai.
D: D’accordo, però la verità è che noi abbiamo nomi assurdi. Se ci pensi bene, anche dei puledri che sono emersi come dei “prima categoria” fai fatica a ricordare come si chiamano, e spesso sei costretto a fare dei giri di parole: quel puledro che a Milano ha fatto meno di… guidato da… e battendo quell’altro della scuderia… E invece proprio questo anno dovremmo conoscerli meglio, i migliori, perché hanno saputo fare qualcosa di meglio di quello che solitamente si vedeva in passato. Non ti sembra?
R: Effettivamente è così. Anzi, dovremmo conoscere meglio anche quelli che non sono riusciti ad eccellere, perché li abbiamo avuti sott’occhio per un mese di più: i debutti sono stati anticipati rispetto al passato. Bisogna convenire che il problema c’è, e va affrontato.
D: L’iniziale uguale rende inevitabilmente più difficile distinguere i puledri, ma diventa poi impossibile memorizzare dei nomi già di per sé impossibili. Prendiamo questa corsa, ad esempio: ti sembrano nomi i vari Andau, Antsalova, Ariramba, Appenzell, Aileron, per non parlare poi di Atembon Mo e Abibro Gis?
R: Anch’io ho aggiunto un “Fa” al nome dei miei puledri…
D: Sì, però i tuoi puledri hanno dei veri nomi: Azio Fa, Accademia Fa, Arguzia Fa. Ma se, oltre alla sigla, ci sono delle accozzaglie di lettere a far confusione, diventa impossibile mettersi in testa i nomi. Certe volte è un dramma fare la cronaca di una corsa alla televisione. E se il rischio di errore si è moltiplicato per un cronista, è anche vero che il “prodotto cavallo” esce dequalificato da questa situazione purtroppo generalizzata. Tu sei allevatore e proprietario: non ritieni che anche il nome abbia importanza?
R: Il cavallo deve andare forte, soprattutto, però la sua importanza ce l’ha anche il nome. Più è facile e più resta impresso. Se guardiamo gli annuari dell’allevamento Orsi Mangelli, da cui spesso ho acquistato, troviamo una serie di nomi tutti validi, scelti per dare un altro tocco di classe a cavalli di classe. Un cavallo, se è un campione, deve essere popolare: il suo nome deve correre sulla bocca di quanta più gente è possibile, deve far titolo anche sui giornali non specializzati. Per le femmine, poi, è importante un nome facile da ricordare per l’allevamento: effettivamente certe puledre di adesso, come potremo ricordarle fra 15 anni quando saranno in razza, con i nomi che si ritrovano?
D: Allora sei d’accordo con me, che si dovrebbero rivedere i criteri di attribuzione dei nomi, attenendosi il più possibile a parole di senso comune?
R: Certamente, e non dovrebbe essere difficile: i nomi passano al vaglio dell’Encat, che ha la facoltà di modificarli. I cambiamenti sono anche abbastanza frequenti, ma evidentemente non sempre in senso migliorativo, a giudicare dai risultati. In Francia, i nomi sono molto più belli, veramente. Dunque non è il sistema a creare la difficoltà: basterebbe fare con altra attenzione il lavoro che già viene fatto. O meglio, mettere la persona giusta al posto giusto. Anzi, è un lavoro che si potrebbe affidare proprio a un giornalista, o ad una commissione di giornalisti. Il nome di un cavallo è un po’ come il titolo di un articolo: l’importante, d’accordo, è che sia un buon pezzo, però si cerca sempre di metterci un titolo che attiri l’attenzione, no?
Ci lasciamo su questa sua battuta, che mi dà la certezza di averlo convinto. Ma Italo Fantuzzi aveva già dimostrato di saper “battezzare” i suoi puledri. Bisogna convincere “più in alto”, per non ritrovarsi con tutte le generazioni dai nomi impronunciabili. Vogliamo che l’ippica sia popolare, e fin dalla nascita condanniamo il cavallo ad essere impopolare rendendolo quasi inidentificabile tra una accozzaglia di suoni inarticolati…
Arrigo Martino

Da “Tuttotrotto”, Anno II, numero 5, marzo-aprile 1981


CHE COSA SUCCEDE A CAPRI?

L’avvento dell’alfabeto, giunto ormai all’undicesimo anno di vita (se si considera come inizio il ’78, anno di nascita delle prime “A”) e l’inflazione galoppante delle sigle più strane, volute dagli allevatori, nella disperata ricerca di distinguersi gli uni dagli altri, hanno reso un vero bailamme la nomenclatura equina, quella al trotto, s’intende, mandando in tilt gli operatori del settore, i computers con i programmi all’uopo approntati e, soprattutto, e questa è la cosa più grave, il numeroso stuolo degli appassionati, sia degli ippodromi che delle Agenzie, i quali, con tutti quei Va, Fa, Cu, Lom, Miz etc. non sanno più a che… cavallo votarsi.
D’altra parte, l’iniziale restringe ad un campo molto più angusto la ricerca del nome e se a questo si aggiunge, diciamolo chiaro, una scarsa fantasia e la già accennata mania di distinguersi con il marchio di fabbrica, come se i cavalli fossero delle motorette, il danno è fatto perché di danno si tratta. L’appassionato ippico, quello vero, quello DOC, segue il cavallo, si affeziona, tifa anche, ma, Dio Mio!, dategli un nome accettabile.
Come si fa a tifare, ad esempio, ci scusi il Capitano Mori, per un Fibenbon Mo o un Fitrospig Mo, ma soprattutto, come si farebbe ad essere Fibenboniani o Fitrospighiani, gli uni contro gli altri armati!
Oppure, ve lo immaginate voi un Farcito Liv, tanto per dirne uno pescato a caso nel libro dei nati dell’83, che svetta sicuro nel Prix d’Amérique? Pensate ai titoli dei giornali: “L’italiano Farcito, Liv per aggiunta, stende sul traguardo di Vincennes il grande Ourasi” o chi volete voi. Insomma, non ci siamo proprio.
Non è detto che il destino di un cavallo sia scritto nel nome; certo è, però, che un filo misterioso, in tanti casi, lega la loro carriera al nome che portano: l’unico indigeno a vincere l’Amérique è stato Mistero, nome solenne e pieno di fascino, il “classicheggiante” Delfo è stato il solo indigeno a vincere l’International Trot; ai suoi tempi Bayard, nome illustre di Francia, fu un signore delle piste, ma Birbone, facendo onore al proprio, giocò più di un tiro mancino all’allievo dell’Ammiraglio e a molti yankee dell’epoca, e ancora Karamazow, sempre intrepido e coraggioso ma, soprattutto, impavido come il nome del padre. E vogliamo aggiungere Tornese, nome spiccio, pratico, di chi bada al sodo, ma sempre un nome perbacco.
E scomodiamo un attimo il galoppo dove Federico Tesio distingueva i propri puledri con i nomi dei più grandi pittori di ogni tempo: Iacopa del Sellaio, Nearco, Tenerani, Daumier, Toulouse Lautrec, Botticelli, Ribot si chiamavano le sue creature ed il Senatore non aveva certo bisogno di mettere la sigla per distinguere i suoi fuoriclasse che, ancora oggi, campeggiano nelle genealogie di molti campioni dei nostri tempi e si ricordano con piacere e senza eccessivo sforzo.
Noi, invece, purtroppo, uomini meschini alle soglie del 2000, siamo alle prese con i vari Zi, Ai, Vol, Sta, Pap e si potrebbe continuare all’infinito in un balbettio da bambini minorati che diventa ancora più demenziale quando lo stesso nome viene ripetuto più volte nella stessa annata ed a distinguere lo sventurato equino resta solo la sigla, evento che conferma la scarsa fantasia di chi assegna il nome e lo scarso impegno di chi lo autorizza: fra i nati nel 1986, infatti, le attuali “L”, ci sono, fra l’altro, ben 8 Luce che si distinguono così: Luce Af, Luce Bi, Luce Blue, Luce D’Arc, Luce D’Ausa, Luce di Luna, Luce di Valle e Luce di Capri, tutte femmine, eccetto Luce di Capri che, non si sa bene perché, ma è maschio. Ma che succede a Capri? …
Eppure basterebbe un po’ più d’impegno, un quartino di fantasia in più per ripescare nella nostra storia, nella nostra tradizione, nella letteratura, nell’arte in genere, nomi gradevoli e facilmente memorizzabili senza quella ricerca dell’esotico a tutti i costi, dell’originale per forza che è indice di immediato, di superficialità e di vuoto.
Meditate, allevatori, meditate! Pensate un po’, per assurdo, a un Maradona “doppiovuacca” o a un De Napoli “Pont”, che brutto effetto farrebbero, o no? Noi pensiamo proprio di sì.
E allora via, cari allevatori, mettetevi di buona lena, fatevi consigliare e cercate di cambiare registro tornando ad una nomenclatura normale, piacevole e di facile memoria. Darebbe una scelta a costo zero che renderebbe più gradevole scorrere le pagine dei giornali e dalla quale tutti trarrebbero vantaggi. Grazie in anticipo a nome di tutti.
Antonio Berti

Da “Cavalli in Pista”, Anno XVI, n. 7, giugno 1989


Pubblicato sul sito in data: 2009-12-19

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