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Ricordo di Mario Locatelli

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Quattro anni fa, alla vigilia di quel Gran Premio di Milano che era stato la sua più grande realizzazione, i suoi diretti collaboratori gli avevano offerto una medaglia d’oro; si festeggiava il cinquantenario di operosa attività, all’insegna della maggiore società di corse italiana, di Mario Locatelli, consigliere delegato della S.I.R.E.; tecnico profondo, propagandista eccezionale, amministratore di grande oculatezza e che allo sviluppo dell’ippica da corsa, anche in campo internazionale, aveva dato tutta la sua vita. Un uomo che, sulla sua strada, non voleva ostacoli: quando li trovava, li abbatteva. Per questo si era creato più nemici che amici, ma non defletteva dai postulati della sua ferrea disciplina: demolire per non venire demolito. Un carattere magari scontroso che voleva quel che voleva, e ci arrivava; ma per niente ambizioso, anzi desideroso che gli elogi, tutti gli elogi per le imprese portate a buon fine, andassero al Consiglio Direttivo della sua Società, preferendo rimanere nell’ombra, quando invece tutti sapevano che le conquiste della S.I.R.E. in campo ippico avevano la sua inconfondibile sigla, il prestigio forte di una cinquantenaria esperienza.
Chi scrive, ha assistito a tutta la sua prodigiosa ascesa e non con la veste del cortigiano, che Egli profondamente disprezzava, ma in quella sovente dell’oppositore; ebbene, con il passare degli anni, tanti giudizi dovettero venire modificati perché Mario Locatelli, burbero, scontroso, accentratore, di quelli che non ammettevano discussioni contrarie alle sue volontà di decisione, sapeva sia pure nel tempo, ricordarsi dell’oppositore di un giorno che gli aveva dato un’idea da sviluppare ed al momento opportuno gli se ne diceva grato. Fosse stato in America, scrivemmo qualche anno fa, lo avrebbero sicuramente proposto per il Congresso, ma in Italia il valore, squisitamente sportivo, male si sposa con la politica ed è meglio così.
Armonizzare lo sport che è espressione di passione con l’economia fatta tutta di aride cifre, non è cosa facile; eppure Mario Locatelli seppe amalgamare l’utile con il dilettevole portando la sua Società alle più grandi realizzazioni e nello stesso tempo l’ippica italiana al suo maggior prestigio… Ebbe i suoi maestri in Emilio Turati, in Giacomo Durini; li superò nello slancio organizzativo che vedeva un’ippica sempre più grande in una più grande Milano e in questo campo, mercé le sue vedute lungimiranti, Milano è rimasta la capitale ippica italiana. Pensate: l’ippica rafforzata in questo mezzo secolo di espansione e con il gravame di due guerre. Due guerre che non hanno scosso la compagine organizzativa che poggiava sul grande valore di un Uomo, sulla sua fede, sulla sua sicurezza che le conquiste sarebbero continuate, avrebbero maggiormente inciso nella storia ippica di un paese sempre giovane per lo sport del cavallo e soprattutto povero… E Federico Tesio, che pure di Mario Locatelli fu sovente un acerrimo oppositore ebbe più volte a riconoscere che nella veste di organizzatore nessuno poteva stargli alla pari… E nella vita talora drammatica della Nazione, conturbata dalle dittature, dalle guerre, non vi fu uomo di governo, di dottrina, oppur di spada, che pensò di sostituirlo. Vi fu un tempo, neppur troppo lontano, che tutte le Federazioni sportive cambiarono i loro dirigenti, ma l’ippica milanese, che sempre si è identificata nell’ippica nazionale, mai cambiò il regista; nella buona come nell’incerta fortuna, tutti guardarono a Mario Locatelli come all’unico Uomo capace di reggere il timone dell’ippica nei periodi procellosi come in quelli dell’infida bonaccia che promette tempeste a breve scadenza.
Si incominciò con poche giornate di corse di galoppo; si arrivò ad oltre duecento convegni annuali fra trotto e galoppo; si correva un tempo nella bella stagione, in maggio e giugno e in settembre-ottobre; si arrivò a correre tutti i dodici mesi dell’anno e se venne rispettata la tradizione dei Derbyes di pertinenza della Capitale, tutte le altre massicce grandi prove dell’ippica nacquero e si svilupparono a Milano che è sempre la sede più adatta per le competizioni di grosso rilievo. Si dirà: Milano è Milano dove tutto si può fare… d’accordo… ma legare la simpatia di una popolazione metropolitana al carro dell’ippica e per oltre duecento convegni annui, è cosa da far tremare appena pensarci… Eppure questa è l’opera magnificamente portata a buon fine da Mario Locatelli. E San Siro è entrato nelle consuetudini cittadine, cosicché c’è chi avvicina la sua espansione a quella della nostra grande Scala e quasi la ritiene una necessità. Sulla pista, come sulla scena, per la realizzazione e la continuazione di un successo occorrono “manager” di grande esperienza, di squisita sensibilità, di indiscussa abilità. Cambiano talvolta a teatro, non è mai cambiato all’ippodromo dove solo la morte ha potuto stroncare la vita di un Uomo, ma non il segno di un valore che supera di gran lunga la normalità.
Conoscendo da vicino il suo temperamento, la sua grande attività, bisogna maledire al destino che con lui è stato troppo crudele; era il condottiero che non poteva morire e che se, per dannata ipotesi, avesse dovuto mancarci, doveva partirsene in bellezza, come il guerriero che di spada perisce, lo sportivo vittima dell’incidente mortale, imponderabile. Non così: attanagliato in un letto o in una poltrona per mesi e mesi, sofferente più nello spirito che nel corpo, avvilito per non poter continuare la sua opera fattiva con la consueta prepotenza di stile; se si ha da morire, sarebbe bello che ciascuno avesse la morte adeguata al carattere mostrato in vita…
Mario Locatelli era Uomo dall’attività smisurata e che ben poche ore concedeva al sonno; sempre presente, sempre attivo, sempre dinamico. La sua giornata incominciava alle sei, terminava a mezzanotte, oltre la mezzanotte, quando d’estate si correva anche di sera. Era fra i primi ad affacciarsi a Trenno per i lavori mattutini e non solo per il piacere di guardare gli allenamenti dei purosangue; seguiva una capatina al limitrofo ippodromo del trotto e poi in ufficio a continuare le discussioni accennate sulle piste, a discutere su stanziamenti, su programmi, su altre varie e tutte importanti questioni di organizzazioni. Aveva dei collaboratori?... Certo che li aveva, ma erano tutti, o quasi tutti, collaboratori d’ordine e non di concetto; accentratore come pochi, ascoltava talvolta, ma faceva sempre di sua testa. Era un suo slogan: i miei collaboratori devono fare quello che voglio io, senza discutere, se vogliono andare d’accordo con me… Eppure questo Uomo così dittatoriale, quando era chiamato alla ribalta a ricevere i complimenti che ben competevano a un direttore d’orchestra della sua forza, si schermiva, diceva: il merito non è mio, è del mio Consiglio direttivo… E quando era all’ippodromo per una riunione di corse (non vi mancava ma, a meno di essere assente per motivi di lavoro; quelle trasferte romane a battere i pugni sul tavolo, a far valere ed a pretendere i diritti di Milano ippica nel giro delle sovvenzioni dell’UNIRE) non aveva certo occhio per quanto succedeva in pista (compito dei commissari non suo…) ma i suoi occhi, comunque, non avevano soste; ovunque li girasse c’era qualcosa da rilevare, da tenere presente per un appunto, una modifica, a scadenza più o meno vicina. Occhio grigio, che come vi guardava, penetrava nell’intimo come lama d’acciaio, vero occhio d’aquila al quale nulla, proprio nulla sfuggiva. Nelle sue salde mani e per abbondanti cinquant’anni sono ruotati i destini dell’ippica milanese; trotto e galoppo e tutti ricordano quanto ha dovuto combattere Mario Locatelli per amalgamare due espressioni diversissime dell’espansione del cavallo da corsa; due mondi diversi, con diverse esigenze, con diverse finalità; soddisfare gli uni, placare gli altri e gli uni e gli altri sempre con l’assillo del più e meglio per non dover soggiacere al campo avverso: il galoppo, l’aristocrazia in declino: il trotto, la democrazia in cammino. Ed a conciliare le avverse tendenze e pretese non è stata opera da poco e che Mario Locatelli ha saputo ugualmente equilibrare, magari non accontentando nessuno, ma dando a ciascuno una quota dignitosa. Solo mercé l’opera attiva, appassionata, economicamente equilibrata di Mario Locatelli la S.I.R.E. ha potuto tenere, e saldamente, il timone dell’ippica, nei suoi due rami d’espansione, in questi ultimi 30 anni; un’opera così complessa che, ripetiamo, a ripensarci, fa veramente tremare le vene nei polsi…
Cinquant’anni di attività che così si esplica: vecchio San Siro con il progetto del nuovo monumentale ippodromo e con la costruzione delle imponenti piste di allenamento di Trenno; la prima guerra ritarda ma non interrompe l’opera che sarà di tanto beneficio all’ippica; nel 1920 infatti Milano inaugura il suo nuovo meraviglioso ippodromo. Nel frattempo lo sport cadetto boccheggia a Milano, in quel di Turro ed altrove: occorre un nuovo pilota dalle diverse vedute ed ecco Mario Locatelli dedicarsi anche allo sport dei sedioli, interessarsene, entusiasmarsene, arrivare a proporre al suo Consiglio la costruzione di un nuovo ippodromo per il trotto, limitrofo a quello del galoppo e nell’autunno del 1925 il voto di tutti i trottingmen della Penisola è esaudito e l’esempio della S.I.R.E. trova appassionati seguaci a Villa Glori; ridesta sopite passioni a Bologna; poi nello stesso anni 1925 ecco Monza con il suo civettuolo ippodromo e con il compendio di un ricco magnifico allevamento di purosangue ed ovunque vigila l’occhio esperto di Mario Locatelli, il suo polso franco, il suo ardire che non conosce ostacoli.
E non ha ancora finito: un uomo come Lui deve rimanere sino all’ultimo sulle sue opere. E se gli chiedevate, quando sarebbe venuta l’ora del congedo, rispondeva: ecco, quando verrà io andrò a Montecatini, costruirò una villa e mi riposerò… Ma quando?... Sorrideva, diceva: forse domani, forse mai!... Appunto Montecatini, l’ultima sua superba realizzazione. Era stato il retaggio ereditato dal compianto comm. Sesana, il burbero commendator Sesana che con Mario Locatelli aveva molti punti di contatto: erano due temperamenti pressoché uguali. Appunto il commendator Sesana quando morì, pensò di legare il suo ippodromo all’amico, certo che nelle sue mani il sogno tante volte accarezzato, quello di dare alla cittadina delle acque un ippodromo che avrebbe rivaleggiato con i famosi di Baden Baden, Vichy e altre celebri stazioni termali, sarebbe stato portato a buon fine… Il che non mancò di essere: prima l’intraprendenza di Tino Triossi, poi l’opera fattiva di Mario Locatelli, dei doviziosi amministratori della Società Trenno, da cui la S.I.R.E. dipende, e di altri eccezionali collaboratori come l’arch. Vietti Violi, l’ing. Venturini, progettisti di tribune, scuderie, piste ed ancora validissimi collaboratori sul piano organizzativo, primo fra gli altri il cav. Zanasi, permisero in poco tempo di fare di Montecatini un centro ippico, anzi meglio trottistico, estivo che non ha rivali in Italia né all’estero. Ed il successo subito delineatosi, dilagò di anno in anno sempre più grandioso. Quest’estate, quando già Mario Locatelli, stroncato da una paralisi cercava di lottare con la morte, facendo appello alle più recondite fibre del suo animo per la battaglia suprema, il Comune della Città di Montecatini Terme in una solenne riunione gli decretava la cittadinanza onoraria.
Così domenica scorsa mentre accompagnavamo all’estremo riposo le spoglie di colui che fu il più grande organizzatore ippico di questo secolo, idealmente abbiamo rivisto sul feretro la medaglia d’oro del cinquantenario, il diploma della cittadinanza onoraria della cittadina delle acque; sintetizzavano il riconosciuto lavoro di mezzo secolo: tutta una vita spesa per l’ippica ed il bastone per la vecchiaia, quando Mario Locatelli avrebbe preso congedo dalla S.I.R.E. e si sarebbe ritirato a Montecatini per un meritato riposo e sempre nell’ambito di quelle opere da Lui portate a buon termine di struttura addirittura ciclopica per i più, ma per Lui, per il “nostro” Mario, dispotico, intransigente, dominatore, ma schivo di ogni onore, nient’altro che fatti di ordinaria amministrazione…
Doppio P.

Da “Trotto Italiano”, Anno XI, n. 14, Sabato 18 febbraio 1956


Pubblicato sul sito in data: 2011-03-17

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