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Romano Nesti, guidatore moderno, ma con spirito antico

Il ricordo di un grande driver, tradito dalla vita

Di Antonio Berti.
Forse, ne ho già parlato, ma, in un tempo lontano, molto lontano, all’ippodromo delle Mulina esisteva un angolo di paradiso, un paradiso ippico, naturalmente. Ma quando? E dove ? direte curiosi voi. Molto tempo fa, prima del 1953, anno in cui furono apportate le prime innovazioni alle vecchie strutture dell’ippodromo, con la costruzione della palazzina della direzione e il nuovo ingresso, tutt’ora esistenti. Ancora tre anni prima, quindi, che si desse il via ai lavori per il nuovo ippodromo, che iniziarono nel 1956, quando fu eretta la prima tribuna, quella centrale, e fu messo in opera il primo impianto di illuminazione. E sapete dove era questo angolo di paradiso? Proprio dove ora esiste quella palazzina che, da qualche anno, è diventata anche la sede della società che gestisce gli ippodromi fiorentini. Già, proprio lì, fino al 1952, dove ora, appunto, esistono gli uffici, c’era una fila di box che si allungava fino all’attuale tribunetta proprietari dove c’era il cancello per l’entrata in pista. E l’aspetto positivo, e diciamo anche promozionale, di questo stato di cose, era che questi box erano separati dal pubblico da una semplice rete di divisione, che consentiva alla gente di seguire con attenzione, appassionandosi, tutte le operazioni pre-corsa e dopo-corsa che si svolgono normalmente nelle scuderie. Oggi la Cesenate si è inventata il trenino, iniziativa lodevolissima, per far conoscere al pubblico il fascino delle scuderie, a Firenze, allora, bastava fare 50 metri e dal parterre potevi gustare quello che per molti era un’assoluta novità. E quella rete era sempre piena di gente, in particolare di giovani, per vedere come si faceva a vestire un cavallo, ad attaccarlo, o, dopo la corsa, a lavarlo, steccarlo e passeggiarlo. A quella rete ci sono rimasti…attaccati in molti e le corse non le hanno più lasciate. Fra questi c’è anche chi scrive. A quella rete ci ho passato tanti pomeriggi, una fuga veloce per fare una scommessina in società con gli amici, tutti ragazzi, guardare la corsa, e poi via nuovamente alla rete. E vai a rete oggi, vai a rete domani, successe che con gli uomini che stavano oltre la rete si fece amicizia e si tifava anche per i cavalli che uscivano da quella parte. E sapete chi era un “inquilino” affezionato di quell’appendice di scuderie? Guido Nesti con i figli Augusto e Romano. Fu lì, infatti, che conobbi i Nesti ed era naturale, che essendo sempre lì, poco più che ragazzi, si tifasse per i cavalli di loro che a quei tempi erano la Catarì, la Bartolena, Phobos, Veleno, la Falernita e via così e Guido ci prese in simpatia. E fu lì che conobbi anche Romano Nesti, di qualche anno più giovane di noi. Erano bei tempi perché eravamo giovani, ma anche perché il trotto, quello ruspante, quello vero che piace agli appassionati doc, era un’altra cosa. Ben diverso da quello di oggi.
Poi costruita la famosa palazzina, i box sparirono e le corse si seguivano dal parterre perché a quei tempi alle scuderie, nelle giornate di corse, ci potevi andare solo se eri proprietario o addetto ai lavori. Non essendo né l’uno né l’altro, restava la tribuna. Nei giorni di non corse dovevo studiare e non avevo tempo di andare alle scuderie. Ci ritornai, ormai per motivi professionali, agli inizi degli anni ’60 quando cominciai a scrivere di cavalli.
Romano, al cui ricordo è dedicata questa dispensa, era diventato un uomo, aveva già superato il corso allievi –iniziò a correre nella seconda metà degli anni ’50- e si apprestava a far concorrenza a papà Guido e al fratello Augusto. Personaggio estroverso, sempre allegro e sorridente, anche quando le cose non andavano proprio per il verso giusto, Romano aveva le doti del grande professionista sia nell’arte della preparazione, sia in quella della guida. Forse, da giovane, proprio per il carattere entusiasta, gli mancava in corsa quel pizzico di freddezza necessario per chiudere il cerchio delle qualità, dote che Romano acquisterà con l’esperienza degli anni che passano. Cresciuto alla scuola di papà Guido, che i cavalli, quando non c’erano, se li inventava, Romano fu un grandissimo costruttore di puledri e, considerato il suo “maestro” , non poteva essere diversamente. Ogni anno, al debutto dei 2 anni, aveva sempre una schiera di giovani pronti a rimpiazzare i vecchietti acciaccati o in odor di pensione. C’erano sempre, appunto, puledri interessanti e, spesso, fra questi, i due o tre che si stagliavano sugli altri. E sarà opportuno ricordare che a quei tempi c’era da affrontare fior di scuderie e di allevamenti, uno per tutti la Kyra, che ogni anno presentava una nutrita schiera di puledri agguerriti, molti destinati alla prima categoria. Ma Romano, pur con un numero più ridotto di giovani, reggeva ottimamente la concorrenza. I suoi cavalli erano tenuti bene, curati e in salute. E se la forma non era quella giusta, non si correva. Anche se era un professionista moderno, era nato nel 1936, aveva ancora l’antico rispetto per il cavallo. Qualche nome? Ci proviamo, ma è molto difficile perché ricordando alcuni, si fa torto ad altri che meriterebbero di essere ricordati, ma noi ci proviamo ugualmente. Chiedendo scusa ai dimenticati…Il primo nome che ci salta alla memoria è Grappa, una mezza sorella di Biancavilla, con la quale, alla fine degli anni ’50, Romano fece una delle prime corse della sua carriera. Ma il primo nome importante che ha segnato, probabilmente, anche tutta la sua carriera è stata certamente Ravaglina che, si racconta, fosse la cavalla di un prete appassionato di corse che aveva anche scritto dei racconti sui campioni del trotto toscano. Figlia di Mighty Ned e Otite, questa dal grande Clyde The Great, Ravaglina non si stancò di vincere dando grandi soddisfazioni sia a Guido che a Romano che la guidavano alternativamente. E lei aveva un particolare: senza essere richiesta, quando c’era da lottare in zona traguardo, allungava spontaneamente il muso e non sono pochi i suoi successi in stretta foto. Questo ce lo ha detto Erica, figlia di Romano, alla quale lo raccontava sempre nonno Guido. Ma le soddisfazione, però, Ravaglina le dette ancora di più in allevamento perché questa figlia di Mighty Ned produsse soggetti come Avali,Criceto, Euriola, Faulhorn, Iris, Pandermana ed Aprazat, tutti ottimi cavalli da corsa, molti ai limiti della prima categoria come Criceto, Faulhorn ed Aprazat. Fra questi il più sfortunato fu Aprazat, corridore dai grande mezzi, morto prematuramente per un incidente in corsa. Parlando di Ravaglina abbiamo citato un bel numero di cavalli importanti cresciuti alla scuola di Romano Nesti, ma a questi vogliamo aggiungere Celeo, Mescaleros, affidato a Romano Nesti, quando era già anziano, Hasi, Gland, dalla grande punta di velocità, Faidello, Almaviva, Almabella, Elpino, Edorif e, naturalmente, Damone e vogliamo anche ricordare che Romano si distinse in pista con Mammolo e con Delfo, quando quest’ultimo era alle prime armi. Ma un occhio di riguardo vogliamo concedere a Damone, certamente il cavallo più importante avuto da Romano. E, purtroppo, uno degli ultimi. Figlio di Sharif di Iesolo e Penisola, da Pro Hanover, Damone, generazione 1981, cresciuto alla scuola di Romano e venuto avanti gradualmente sulle piste toscane, esplose nel Giovanardi con un brillantissimo secondo posto dietro al vincitore Donatoz, poi fece un numero a Montecatini, il 21 aprile del 1984, piegando, dopo percorso esterno, Doppiometro e vincendo con grande sicurezza davanti a Darfo Sol. Ma il colpo grosso doveva ancora arrivare ed arrivò la sera del Derby 1984, nel quale Damone perse di poco dal vincitore Dai Pra. Un soggetto di grandi mezzi questo Damone, in pista per i colori della Scuderia Vais. Altro ricordo è quello di Edorif , generazione 1982, che a 2 anni fece la prova di qualifica, brillantemente nel mese di maggio. Era un momento d’oro per Romano: i cavalli giravano, aveva creato un allevamento e un piccolo centro di allenamento a Pieve a Nievole, tutto sembrava procedere per il meglio, andava bene anche la scuderia di famiglia, la Con.Chi.Eri, nome ottenuto dalle iniziali del nome delle tre figlie Consuelo, Chiara ed Erica, la quarta figlia, Veronica, quando nacque la scuderia, lei non era ancora nata. Sembrava, insomma, che tutto andasse per il meglio, quando, improvvisamente, si manifestarono i primi sintomi del male che, nel giro di due anni, lo avrebbe portato alla morte avvenuta il 28 dicembre 1987 a soli 51 anni, un’età nella quale la maturità raggiunta e la grande esperienza avrebbero potuto dare frutti copiosi. Cosciente della sua situazione, ma con un coraggio leonino, Romano, pur rallentando gli impegni, e non poteva essere diversamente, seguitò a correre e l’ultima vittoria è addirittura dell’estate 1987 con Euro Pg. Ma, sempre quell’estate, corse anche ad Aversa con Edorif. Poi divenne tutto più duro e più difficile e alla fine di quell’anno, l’addio.
Ma a noi, e pensiamo anche a tutta la famiglia, ci piace ricordarlo sorridente e felice in sulky a Damone dopo la splendida vittoria in quel lontano 21 aprile 1984.

Pubblicato sul sito in data: 2009-12-02

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